Investitore e imprenditore valutano documenti e progetto per un’operazione di finanza diretta

La finanza diretta permette a un’impresa di raccogliere denaro dagli investitori senza ottenere un prestito da una banca. In cambio, però, deve offrire qualcosa di preciso: quote societarie, titoli di debito o diritti economici legati a un progetto documentato.

Prendiamo una PMI che cerca 1 milione di euro. Partiamo dal giorno in cui il denaro arriva sul conto e risaliamo il processo. È il modo più chiaro per capire che cosa compra davvero l’investitore e quali impegni restano in carico all’impresa.

Finanza diretta: che cosa arriva davvero il giorno del versamento

Il milione è stato raccolto. Il saldo bancario aumenta, ma da quel momento esiste anche una contropartita. Il denaro non è comparso dal nulla e non è un contributo pubblico.

Se la raccolta è avvenuta tramite equity crowdfunding, gli investitori hanno sottoscritto quote o azioni. Anche gli investitori retail, cioè normali risparmiatori non professionali, possono diventare soci dell’impresa. Il capitale entra nel patrimonio aziendale, ma la proprietà viene distribuita tra più soggetti.

Se sono stati collocati titoli di debito, il milione dovrà essere rimborsato secondo le condizioni stabilite. Gli investitori non diventano necessariamente soci, ma vantano un credito verso l’impresa e ricevono la remunerazione prevista dall’operazione.

Se la raccolta riguarda uno specifico progetto, il progetto da solo non basta. Serve comunque una struttura giuridica ed economica che stabilisca che cosa riceve chi versa il denaro. Può trattarsi di partecipazione al capitale oppure di debito. Una presentazione ben fatta non sostituisce il contratto.

Il primo controllo dell’investitore è quindi molto semplice:

  • ho comprato una parte dell’impresa;
  • ho prestato denaro all’impresa;
  • ho finanziato un progetto attraverso uno di questi strumenti;
  • quali diritti posso esercitare dopo il versamento;
  • quando e in quali condizioni posso recuperare il capitale.

La presenza di una piattaforma, di un consulente o di un intermediario operativo non trasforma automaticamente l’operazione in credito bancario. Il punto è chi fornisce il capitale e chi sopporta il rischio economico principale. Nel finanziamento bancario il creditore è la banca. Nella raccolta diretta sono gli investitori che sottoscrivono lo strumento emesso o offerto dall’impresa.

Prima del versamento: quali verifiche fa l’investitore

Torniamo indietro di qualche giorno. Il denaro non è ancora stato trasferito. L’investitore deve decidere se il rendimento atteso compensa il rischio di perdere una parte o tutto il capitale.

La verifica non può fermarsi al fatturato dichiarato o alla descrizione del prodotto. Deve riguardare almeno questi punti:

  • uso del capitale: come sarà impiegato il milione e in quali attività;
  • capacità di esecuzione: chi gestisce il progetto e con quali risorse operative;
  • situazione economica: come produce ricavi l’impresa e quali impegni finanziari ha già;
  • rischio dello strumento: che cosa accade se i risultati previsti non arrivano;
  • uscita: se e come la partecipazione o il titolo potrà essere ceduto;
  • flussi informativi: quali dati saranno forniti dopo la raccolta.

Quest’ultimo punto viene spesso trattato male. Molte imprese preparano parecchio materiale per incassare e poco materiale per rendicontare. Dal tavolo dell’investitore è un difetto serio. Dopo il bonifico servono informazioni comprensibili, confrontabili e coerenti con gli impegni iniziali.

Anche la possibilità di rivendere lo strumento va controllata prima. Il Testo Unico della Finanza disciplina il quadro generale dell’offerta di prodotti finanziari. L’articolo 100-bis regola in modo specifico anche la successiva circolazione di prodotti inizialmente collocati presso investitori qualificati.

In pratica, non bisogna confondere la sottoscrizione con la liquidità. La liquidità è la possibilità concreta di vendere uno strumento senza restare bloccati o accettare condizioni penalizzanti. Il fatto che un prodotto possa circolare non garantisce che esista subito un compratore.

Prima delle verifiche: quali documenti rendono credibile la raccolta

Torniamo ancora indietro. Per valutare l’operazione, l’investitore deve ricevere documenti che colleghino il milione richiesto a un piano verificabile.

Il fascicolo dovrebbe permettere di rispondere senza interpretazioni creative a domande concrete:

  • perché servono proprio 1 milione di euro;
  • quali spese o investimenti saranno finanziati;
  • quali passaggi dipendono da autorizzazioni, fornitori o clienti;
  • quali risultati rendono sostenibile il rimborso del debito;
  • quale valore sostiene il prezzo delle quote;
  • quali rischi possono ritardare o compromettere il progetto;
  • chi controllerà l’impiego delle somme raccolte.

Non serve riempire cento pagine di formule. Serve rendere rintracciabili le ipotesi. Se una previsione dipende da nuovi clienti, bisogna distinguerli dai clienti già acquisiti. Se il rimborso dipende dai flussi generati da un impianto, occorre mostrare come quei flussi sono stati stimati. Se il capitale finanzia più attività, la ripartizione deve essere leggibile.

Lo studio CONSOB del 2021 sulla finanza per lo sviluppo sostenibile offre un riferimento utile anche per leggere operazioni legate a obiettivi ambientali o sociali. L’etichetta sostenibile, però, non sostituisce la documentazione finanziaria. Un progetto può avere uno scopo condivisibile e restare economicamente fragile.

L’investitore deve separare tre livelli:

  • la qualità industriale del progetto;
  • la capacità dell’impresa di realizzarlo;
  • la qualità finanziaria dello strumento offerto.

Una buona idea può essere finanziata con condizioni pessime. Al contrario, condizioni contrattuali ordinate non salvano un progetto privo di mercato. Le verifiche devono coprire entrambi i lati.

Prima dei documenti: come si fissano prezzo e diritti

La documentazione viene costruita dopo aver deciso che cosa offrire agli investitori. Per la PMI del nostro caso, il punto non è soltanto raccogliere 1 milione. Il punto è stabilire il prezzo economico di quel milione.

Con l’equity crowdfunding l’impresa raccoglie capitale cedendo una parte della proprietà. Il costo non coincide con una rata. È rappresentato dalla quota assegnata ai nuovi soci, dai loro diritti e dalla parte di valore futuro che non resterà ai soci originari.

Prima di aderire, l’investitore deve capire:

  • quale percentuale ottiene con il proprio versamento;
  • quali diritti sono collegati alla partecipazione;
  • come possono cambiare le percentuali con futuri aumenti di capitale;
  • quali informazioni societarie riceverà;
  • quale percorso potrebbe consentirgli di vendere la quota.

La documentazione di Assolombarda sull’equity crowdfunding aiuta a inquadrare questo meccanismo: la raccolta non è una prevendita commerciale. L’investitore entra nel capitale e assume il rischio tipico del socio.

Con i titoli di debito, invece, l’impresa conserva normalmente la proprietà, ma assume un obbligo finanziario. Devono essere definiti rimborso, remunerazione, durata e condizioni applicabili in caso di mancato rispetto degli impegni.

Qui l’errore frequente è guardare soltanto alla remunerazione promessa. Un rendimento più alto non riduce il rischio. Può indicare che l’emittente deve offrire condizioni più pesanti per convincere il mercato.

Per l’impresa, inoltre, mantenere tutte le quote non significa restare completamente libera. Un finanziamento può prevedere vincoli contrattuali, obblighi informativi e condizioni da rispettare. Non viene ceduta proprietà, ma viene limitato l’uso futuro della cassa.

All’inizio: scegliere tra mercato, banca e finanza agevolata

La scelta dello strumento viene prima di tutto il resto. Se è sbagliata, documenti e presentazioni servono a poco.

La raccolta sul mercato non va confusa con un prestito bancario. Nel prestito, la banca valuta l’impresa, concede il credito e resta creditrice. Nella raccolta diretta, l’impresa presenta uno strumento a una pluralità di investitori che decidono se sottoscriverlo.

Non va confusa nemmeno con la finanza agevolata. Le misure agevolate dipendono da requisiti, spese ammissibili e procedure stabilite dal soggetto pubblico. Non sono capitale raccolto direttamente dagli investitori.

Il confronto con Nuove imprese a tasso zero, NITO-ON, è utile. Secondo il MIMIT, per le imprese costituite da oltre 36 e non più di 60 mesi la misura ammette spese fino a 3 milioni di euro. Resta però finanza agevolata. Chiamarla raccolta diretta altera il significato dei due strumenti.

Per scegliere senza mischiare categorie, la PMI deve partire da quattro domande:

  • può sostenere un obbligo di rimborso;
  • è disposta ad accogliere nuovi soci;
  • ha un progetto abbastanza documentato da superare il controllo degli investitori;
  • può garantire informazioni ordinate anche dopo l’incasso.

Se la risposta all’ultima domanda è negativa, il problema non è il canale. È la preparazione dell’impresa. Raccogliere da molti investitori senza predisporre una rendicontazione adeguata crea attriti, contestazioni e perdita di fiducia.

Matrice pratica: capitale, costo, controllo e informazioni

La scelta finale può essere letta con una matrice semplice. Non basta confrontare il denaro incassato. Bisogna mettere sulla stessa riga costo, controllo ceduto e obblighi successivi.

  • Equity crowdfunding. Capitale ottenuto: mezzi propri versati dai nuovi soci. Costo: quota del valore futuro, preparazione dell’operazione e gestione societaria. Controllo ceduto: dipende dalla percentuale e dai diritti assegnati. Obblighi informativi: documenti iniziali e aggiornamenti coerenti con regole e accordi applicabili.
  • Titoli di debito. Capitale ottenuto: denaro da rimborsare agli investitori. Costo: remunerazione, rimborso e gestione dell’operazione. Controllo ceduto: in genere non si trasferiscono quote, ma possono esserci vincoli contrattuali. Obblighi informativi: condizioni del titolo, situazione finanziaria e dati previsti nel rapporto con gli investitori.
  • Progetto finanziato dal mercato. Capitale ottenuto: dipende dallo strumento usato, equity o debito. Costo: segue la struttura scelta. Controllo ceduto: societario nel capitale, contrattuale nel debito. Obblighi informativi: avanzamento del progetto, uso delle somme, rischi e risultati.
  • Prestito bancario. Capitale ottenuto: credito concesso dalla banca. Costo: interessi e condizioni del finanziamento. Controllo ceduto: nessuna quota, salvo strutture diverse, ma restano gli impegni contrattuali. Obblighi informativi: quelli richiesti nel rapporto con la banca.
  • Finanza agevolata. Capitale ottenuto: sostegno regolato da una misura pubblica. Costo: dipende dalle condizioni della misura. Controllo ceduto: normalmente non nasce dall’ingresso di investitori nel capitale. Obblighi informativi: requisiti, spese ammissibili, rendicontazione e controlli previsti dalla procedura.

La cosa da fare prima di avviare la raccolta è scrivere, su una pagina, che cosa riceve l’impresa e che cosa riceve l’investitore. Se una delle due colonne resta vaga, l’operazione non è pronta.

Domande frequenti

Quanto costa raccogliere capitale direttamente dagli investitori?

Non esiste un costo unico. Nell’equity il costo principale è la parte di proprietà e di valore futuro ceduta ai nuovi soci. Nel debito pesano remunerazione e rimborso. Vanno poi considerati preparazione dei documenti, verifiche, gestione dell’operazione e comunicazioni successive. Guardare soltanto alla somma incassata porta a confronti sbagliati.

Una PMI può fare finanza diretta senza una banca?

Può raccogliere capitale senza ottenere un prestito bancario, ma questo non significa operare senza regole o soggetti tecnici. Piattaforme e intermediari possono avere funzioni operative. La differenza è che il capitale viene sottoscritto dagli investitori, che assumono il rischio legato alle quote o ai titoli acquistati.

Meglio equity crowdfunding o titoli di debito?

Dipende da ciò che l’impresa può sostenere. L’equity evita un rimborso programmato, ma fa entrare nuovi soci e distribuisce il valore futuro. Il debito conserva la proprietà, ma crea obblighi finanziari. La scelta va fatta confrontando flussi disponibili, disponibilità a cedere quote, diritti richiesti dagli investitori e capacità di fornire informazioni nel tempo.

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Di Alice Bartoli

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